L'OPINIONE

CHIARA E ROBERTO PER DIMOSTRARE CHE IL RISCATTO DELLA CALABRIA È POSSIBILE… E NON SOLO AL CINEMA

CHIARA E ROBERTO PER DIMOSTRARE CHE IL RISCATTO DELLA CALABRIA È POSSIBILE… E NON SOLO AL CINEMA

(calabriapost.it) - È possibile vedere la Calabria con lo sguardo non alterato dagli stereotipi e rappresentarla come una qualsiasi periferia di un mondo globalizzato, in cui anche la ‘ndrangheta non si identifica fisiologicamente con i calabresi e anche i giovani delle famiglie dei malavitosi possono intraprendere la strada del riscatto?

È quanto racconta Jonas Carpignano nello splendido film “A Chiara”, terzo di una trilogia ambientata in Calabria e vincitore meritatamente del premio Europa Cinema Label

“Quinzane” al recente Festival di Cannes. È la storia di formazione di una giovane ragazza di Gioia Tauro, interpretata dalla straordinaria Swamy Rotolo alla sua prima esperienza, che prende coscienza drammaticamente della reale attività del padre latitante, invischiato nel traffico internazionale della droga. Fino alla presa di coscienza che esiste una strada altra per vivere il futuro, anche per chi è nato in questa terra. Carpignano è bravissimo a rappresentare una Calabria non oleografica, né tipizzata dalla letteratura sulla regione: i giovani di Gioia Tauro, vivono, parlano e hanno le stesse aspirazioni dei giovani della provincia di Milano e riescono ad integrarsi perfettamente con i giovani di Urbino.

Fin qui è il ritratto “diverso” della Calabria da parte di un giovane artista, che usa la macchina da presa con un realismo che poco lascia alla retorica e tutto affida alla sensibilità di chi guarda e alla voglia di rompere con una condizione sociale non necessariamente e fatalmente immodificabile.

Il resto dovrebbe farlo la politica. Compito degli artisti, della cultura è quello di rompere gli schemi e immaginare e indicare nuovi modelli, rifiutando gli stereotipi e i luoghi comuni, che ghettizzano la Calabria.

Ma la politica, quella che è uscita dalle elezioni regionali, quella che è stata scelta da meno della metà dei cittadini calabresi è in grado di avviare questo cambiamento per costruire una regione normale, capace di confrontarsi e integrarsi, con pari dignità, col resto del paese e dell’Europa?

Forse è presto per trarre delle considerazioni generali, anche se i programmi che hanno illustrato la campagna elettorale dei quattro candidati hanno offerto pochi spunti per immaginare quale Calabria sarà costruita nei prossimi cinque anni.

La vittoria di Roberto Occhiuto era assolutamente scontata e suffragata dalla mancanza di avversari credibili. La sua proposta di governo è stata solo di buon senso. Forse non è riuscita a fotografare con i toni cupi e contrastati la reale situazione in cui vive da anni la regione, ma si è sforzato di offrire una prospettiva rassicurante, in cui si riconosceranno categorie sociali, imprenditoriali, professionali, impiegatizie che auspicano un futuro senza avventure. Pezzi di società che in Calabria sono maggioritari. La vera sfida di Occhiuto sarà quella di restituire credibilità ed efficienza all’apparato regionale, vero Moloch, che ha sempre condizionato ogni progetto politico di sviluppo e cambiamento. A partire dalla sanità. Non sarà per nulla semplice e scontato che anche un politico navigato, come l’ormai ex capogruppo di FI, ci riesca o lasci il segno del suo passaggio. Molti ci sperano, ma sul suo cammino ci sono tutti gli inciampi della logica spartitoria, risarcitoria e localistica, che ha avvelenato tutte le precedenti esperienze, almeno degli ultimi anni di vita regionale e i cui segnali malefici cominciano ad intravedersi. Nelle aspirazioni di tanti candidati bocciati, nei lamenti opportunistici di territori come Catanzaro, privi di adeguata rappresentanza, ma incapaci di una profonda autoanalisi delle responsabilità politiche e amministrative che, nell’ultimo ventennio, hanno contribuito al declino e all’isolamento del Capoluogo di Regione. Sarebbe un grave errore se ora si volesse premiare, a spese della collettività regionale, i protagonisti dello sfascio.

Non poche responsabilità per la mancata proposta di una alternativa credibile e di una sicura strada verso il riscatto sociale vanno attribuite al PD, che ha svolto un compitino assai modesto, forse il più modesto degli ultimi anni. Per contenuti e progettualità, fornendo la prova inoppugnabile di una campagna elettorale vissuta in isolamento e sempre fuori dal tessuto sociale calabrese. Come la candidatura alla presidenza di Amalia Bruni, nata male, finita peggio e apparsa subito come un prodotto di laboratorio, sicuramente a lei più congeniale. Sempre lontana dalle ansie e dai problemi della gente, di cui non ha risvegliato entusiasmi o particolari emozioni e fiducia. La politica è un campo in cui si esercitano qualità e capacità di ascolto, di dialogo e di operatività, che non si apprendono nelle aule universitarie, neanche quando ad insegnare sono i più apprezzati Premi Nobel.

Di melanconica testimonianza la prova di Mario Oliverio. A riprova che la buona politica non si pratica e non si alimenta con il risentimento, anche quando si hanno buone ragioni da difendere.

Ma la delusione maggiore credo che l’abbia provato Luigi De Magistris, abile nel raccogliere intorno alle sue schiere la Calabria del folklore, della poesia popolare, che canta sdegno e ribellione, della terra aspra dell’abbandono, del lavoro negato e delle ferite dell’ingiustizia e delle frustrazioni. Una Calabria fatta di giovani arrabbiati, ma anche di intellettuali smarriti e alla ricerca di un’idea dopo le delusioni della rivoluzione sempre annunciata e mai praticata. Un crogiolo di emozioni, di sofferenze, che la politica non riesce più a comprendere e a canalizzare e che, ormai, si rifugia nell’astensionismo. Che, però, neanche De Magistris è riuscito a intercettare, a conferma che anche il suo modo di fare politica è risultato superato in una Calabria che, forse, sta accettando la sfida della modernità. Per dimostrare che il riscatto è possibile. Non solo al cinema.  

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