CRISTO SI È FERMATO A CUTRO

Cristo si è fermato a Cutro. Ma per restarci. 

Saltiamo il dolore, se possibile. Andiamo avanti. 

Ne sono ormai gonfi i nostri occhi, di corpi come stracci spinti a riva dal mare. 

Anzi, dal male. 

Parliamo appena appena appena di politica, se così si può chiamare. 

Una volta, non ricordo neanche quando, e manco chi, un partecipante ad un tolk neanche tanto caciarone disse che il compito della politica era sciogliere i nodi della complessità. 

Quindi sciogliere. Non annodare. 

L'obiettivo della politica è quindi sciogliere tutto ciò che annoda la gente e la fa soffrire. 

Lo scopo della politica è il benessere della gente. 

Il benessere degli occhi dei cittadini di Cutro pieni di bambini morti. 

Francamente, giusto un accenno, un Consiglio dei ministri in loco, a giudizio postumo, non so a cosa sia servito. 

Un consiglio coloniale. 

È servito a far sentire lo Stato vicino ai calabresi e ai superstiti?

Non credo. 

Sono stati incontrati ben pochi calabresi. 

Non sono stati incontrati i superstiti. 

Che sono praticamente diventati la stessa cosa, fondendosi in filamenti di sofferenza ed empatia. 

Direi di no, visto che nessuno, tranne il presidente della Repubblica ha avuto il coraggio di esporsi di fronte alle bare. 

Ma andiamo oltre. 

Rimaniamo in Calabria, luogo prevalentemente selvaggio sospeso tra regole ancestrali che tendono a centralizzare le proprie famiglie rispetto ai bisogni collettivi, e la modernità galoppante. 

Ammettiamolo. 

E ammettiamo anche la visione fortemente retrograda, e a volte timorosa, che abbiamo del crotonese. 

Del cutrese, se ciò si può dire, in particolare. 

Ma le tragedie, come nella migliore drammaturgia greco classica, attivano risposte inaspettate. Estirpano dal cuore indurito dalla quotidiana lotta per non affogare, a terra e non in mare, dei calabresi. 

I rudi pescatori cutresi ci sono stati fin dal primo bambino morto e sputato dal mare. 

Come un piccolo pesce che non ce l'ha fatta. 

Un’empatia che non indulge alla teatralità. Un dolore composto. Un senso di fallimento dichiarato e assunto su sé stessi.

Penso all'intervista al signor Vincenzo Luciano. 

Ammette che una madre, in tedesco, gli chiede ancora di trovare il suo quarto figlio. I primi tre sono stati trovati da Vincenzo. 

Morti. 

Racconta, il pescatore, di una distesa di morti. E lui, con altri, a scendere in mare a tirare i corpi dai piedi per portarli a riva. 

I primi tre. Poi altri quattro. E poi il bambino con gli occhi aperti. 

Sperava, Vincenzo, fosse vivo. 

Ma erano occhi vuoti. 

Ecco la pietas greca che scorre nel sangue cutrese, che non consente di abbandonare i morti. 

Ad ogni costo.

Antigone sulle rive del mare. 

E racconta, Vincenzo, che tutti i giorni, e le notti, gira per la spiaggia con il suo vecchio fuoristrada, ed un faretto puntato contro il mare cercando altri figli morti. 

Adesso sono i figli di tutti. 

Il pescatore afferma che prima si sentiva piuttosto indifferente verso il fenomeno della migrazione. Ma adesso no. Nessuno è indifferente, oltre il primo morto annegato. 

O quasi. 

I pescatori di Cutro andavano invitati tutti al Consiglio dei ministri. 

Li dovevano far sedere senza cravatta, e con le mani ancora intrise di mortifero sale. 

I pescatori di Cutro sono lo Stato, e dovevano stare lì, con chi governa e dista secoli dai drammi del mondo. 

Secoli luce. 

Lo Stato sono le nostre azioni.

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