NON PERDERE L’OCCASIONE DI ESSERE GENTILI

Pomeriggio afoso in un supermercato di un paese di mare. Ci passo al volo, a prendere un po' d'acqua. Mi reco alla cassa, a pagare, e prima di me ci sta una coppia avanti con gli anni. Visivamente più anziani di me.

Il loro carrello è ben fornito. Sembrerebbe una spesa settimanale, per una coppia di giuste pretese. O comunque, per qualche giorno. La mia cassa d'acqua impallidisce comunque. Poi perché si chiami cassa quando in realtà si tratta di sei bottiglie tenute insieme da un involucro di plastica, non lo capirò mai. La plastica, si vede, ha avvolto anche le parole giuste, facendole soffocare. Come fa col mare. Torniamo alla scenetta alla cassa, quella è giusto chiamarla così, di un supermercato in un caldo pomeriggio di giugno. La signora toglie dal carrello il primo prodotto, e lo appoggia sul rullo. Si gira, mi guarda per un attimo, guarda l'involucro di bottiglie d'acqua, guarda il marito, che non mi guarda ma guarda la moglie. Quest'ultimo, veloce, appoggia un altro prodotto sul rullo. Credo un succo di frutta. È un messaggio chiaro. Da qui non si passa. Io sono il primo! Abbassano poi gli occhi sul lavoro che stanno compiendo, i coniugi (alla fine, presunti). Solo la signora, per un attimo, guarda ancora il marito, che prosegue deciso a posare i propri acquisti sul rullo. Credo che per un attimo la signora avrebbe voluto concedermi la possibilità di pagare prima di loro, e andare via, visto la pochezza dei miei acquisti. Solo sei bottiglie di acqua. Qualche secondo, forse un minuto, da perdere. In cambio di una gentilezza. I suoi occhi, per un attimo, lo hanno lasciato intendere. Gli occhi non ingannano mai. Poi quel veloce scambio col "capofamiglia", termine abolito dal Codice civile nel lontano, ma non troppo, 1975, il quale ha riportato l'ordine. Che belli che furono gli anni Settanta per le loro leggi di civiltà. Tempi meravigliosi. Ma è la solita altra storia che vuole entrare. E che lascio fuori dalla porta. Torniamo alla scenetta. Lo sguardo del capo stabilisce l'ordine, detta le priorità, impedisce un atto di gentilezza che avrebbe sacrificato due elementi. Uno, il diritto a pagare per primi essendo, appunto, i primi della fila. E penso a quanti diritti rinunciamo, alcuni vitali. Su quanti diritti abbassiamo gli occhi. Salvo poi compensare con piccole e sterili conquiste. Due, la mancata concessione alla debolezza della gentilezza. L'uomo vero, che non chiede mai, non è gentile ma duro. Va dritto per la sua strada, senza indugi. E porta a termine la sua caccia senza clava. Ovvero, un carrello pieno di roba conquistato con duro lavoro. Immagine ancestrale da cavernicoli. Che ogni tanto, tuttavia, si materializza un po' ovunque, se ci stiamo un po' attenti.

Terribile è la tentazione di fare del bene, scriveva Bertolt Brecht. È vero. Ogni giorno la vita ci offre almeno una opportunità, piccola o grande poco conta, per essere gentili. Per fare una cosa buona. E giusta. Non sempre siamo in condizioni di coglierla. Non sempre ci sono le condizioni. E soprattutto non sempre siamo consapevoli che un atto di gentilezza, anche il più banale come "prego, passi avanti lei che ha soltanto l'acqua da pagare", alla fine produce benessere più a chi lo fa, che a chi lo riceve. Gli sguardi buoni si trasformano sempre in sorrisi, magari in due parole di circostanza, gentili e forse formali. Piccole cose quotidiane che fanno spesso la differenza tra una giornata anonima, grigia, senza sole, ed un giorno lieto. Possiamo ribadire che essere gentili fa bene a chi è gentile? Si, direi di sì. Ma non tutti lo sanno, e rimangono sospesi tra la propria bolla di egoismo autolesionista, e l'apertura al mondo del garbo, che è un giardino libero con tanti fiori. E che ci facciamo, con gli egoisti? Mica li fuciliamo! Semplice. Si prosegue ad essere gentili, e ancor di più con loro. Ogni bolla chiusa ha un varco. E quasi sempre lo squarcio avviene tra gli occhi, a livello dello sguardo, dove l'anima è nuda.