URGE UN “RISVEGLIATORE” PER LA CALABRIA

Nella tradizione ebraica si riscontra la figura dei “Risvegliatori”, sacerdoti che avevano il compito di invocare il Signore tutte le volte che gli avvenimenti terreni, le grandi sciagure, inducevano a pensare che Egli fosse “in sonno”.

risvegliatore calabria

Nella letteratura slavo-bulgara primeggia il personaggio di Padre Paisij di Hilander, definito “monaco risvegliatore” perché nella seconda metà del secolo XVIII incitò il popolo ad una orgogliosa difesa della propria storia contro greci, russi e serbi.

In una nicchia sulla facciata del Teatro Carignano a Torino, sotto il busto di Vittorio Alfieri, scolpito da Cesare Raduzzi, il 19 ottobre 1903 fu collocata una targa con la scritta “Il cittadino e poeta/ dell’anima nazionale risvegliatore”.

In queste ore il Paese e quindi la Calabria e il resto del mondo sono attraversati, come mai prima, da segnali obliqui, che pongono all’attenzione di tutte le testate giornalistiche e televisive il drammatico resoconto quotidiano dei contagiati della pandemia. Numeri che stanno mettendo a dura prova la capacità degli Stati a fronteggiare un nemico, di cui non si conosceva l’identità e, forse, si è sottovalutato il potenziale letale e il modo di contrastarlo efficacemente.

In Calabria la situazione è ancora più complicata da una congiuntura politica e istituzionale particolarmente fragile e complessa. Il dopo Santelli si sta rivelando più complicato di quanto si potesse immaginare. E non per i limiti di Nino Spirlì, figura capace di empatia e meritevole di grande rispetto per la sua orgogliosa difesa di una forte diversità culturale, specie se raffrontata all’immagine obsoleta di “Calabria, terra mia” di Muccino. Il problema è che Spirlì non ha dietro di sè la storia, che crea autorevolezza e gli strumenti politici che possono fornire solo i partiti e una classe dirigente, Giunta e Consiglio regionale, che si dimenano nel pantano della mediocrità e dell’ignavia. E in questo contesto appare quasi impossibile fronteggiare la crisi profonda e cronica del sistema sanitario calabrese, aggravata da un Governo incapace di coglierne la specificità e approntare strumenti efficaci e straordinari. La famigerata legge speciale Calabria per fortuna ha esaurito il suo ciclo nefasto, dopo aver devastato le strutture sanitarie e gettato nel caos totale la governance regionale e locale. L’Ufficio del Commissario si trascina stancamente e negativamente da anni, tra dimissioni annunciate e incomunicabilità esistenziale con il Dipartimento, il cui Direttore Generale conduce la sua stucchevole gestione manageriale in splendido isolamento. Il peggioramento dei numeri Covid ha portato allo scoperto i contrasti tra Policlinico Materdomini e Università Magna Graecia e appare sempre più debordante l’azione di Zuccatelli, che ha scelto di farsi curare dal Coronavirus lontano dalle strutture calabresi, che lui stesso gestisce... Un segnale molto rassicurante  per i tanti cittadini calabresi frastornati dalla mancanza di indicazioni affidabili sullo stato effettivo della situazione calabrese, increduli tra le dichiarazioni della Merkel che definisce la Calabria unica regione italiana “Covid free” e il nostro Ministro della Salute Speranza che la bolla tra le quattro regioni italiane a maggiore rischio pandemico. E a Spirlì non rimane che affidarsi alle sue immaginette votive e ad arcane liturgie esoteriche, propiziatrici di un agognato prolungamento della sua reggenza.

Se la regione sguazza in acque melmose, la situazione delle più importanti città calabresi non è decisamente migliore. Reggio, Catanzaro e Cosenza, ma anche Vibo e Crotone sono lo specchio di una storia che si intreccia indissolubilmente con quella della Calabria come è andata delineandosi, quanto meno dal XVI secolo in poi, dal venir fuori di un primo abbozzo di borghesia patrizia, che si scontrava con i baroni per il possesso e la proprietà dei terreni feudali, ricorrendo entrambi a personaggi malavitosi anche per la conquista del “sedile” nelle città, che a Reggio come a Catanzaro o a Cosenza era “chiuso” alla partecipazione delle classi meno abbienti e perciò subalterne allo strapotere dei nobili e dei patrizi. Ignorare da dove veniamo significa continuare a viaggiare senza una rotta alla mercé dei venti e delle correnti. Come nelle acque dello Stretto. E se Reggio Calabria, bella e dannata ha una sua specificità nel bene e nel male e si possono leggere segnali di cambiamento nella formazione della nuova Giunta Falcomatà, con la apprezzabile e coraggiosa indicazione di Tonino Perna a Vicesindaco, non si può dire la stessa cosa per Catanzaro, che a breve potrebbe essere chiamata al voto, proprio in conseguenza delle elezioni regionali. Qui la politica, forse più che altrove, la conquista di uno spazio nel “Sedile” del potere si è dipanata attraverso tecniche più sofisticate e raffinate frequentazioni salottiere e curiali, in contiguità tra di loro tra avvocati, medici, magistrati, alti burocrati, il nuovo caporalato politico delle istanze disattese di lavoro e di libertà dal bisogno. Utilizzando la politica come mezzo di tutte le transazioni economiche e sociali, facendo di Catanzaro, fino a trent’anni fa, la Capitale della politica, anche se non la Capitale politica riconosciuta e condivisa dai calabresi.                          

Oggi tutto questo sistema, in Calabria è messo a nudo da una profonda crisi economica e di identità del popolo calabrese e da un progressivo declino della qualità della vita delle grandi città, mentre tutto l’apparato del potere si sposta ogni cinque anni in ragione della provenienza dei Governatori e i corpi sociali sembrano sempre più assopiti nel sonno dell’opportunismo. Forse è giunta l’ora che si manifesti anche in Calabria, con determinazione e coraggio, l’azione dirompente del popolo dei nuovi “Risvegliatori”.